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14.08.2015 12:10

28.07.2015 15:25

A volte mi guardo intorno, cerco di decifrare il mio ruolo fra quella moltitudine, non sempre ci riesco, spesso fallisco ma, da attento osservatore, noto qualcosa, qualcosa che unisce le persone e non è la passera, o per lo meno non solo quella, non è qualcosa di fisico, di palpabile ma qualcosa di immateriale, leggero, sospeso nell’aria: un flusso sensoriale. 

La maggior parte delle cose che contano nella nostra vita non sono corpo ma spirito: il primo è sempre relegato alla ristretta e vuota categoria delle apparenze mentre è proprio lo spirito a governare il mondo, a far sì che qualcuno abbia "ancora il coraggio di innamorarsi", a permettere che ciò che ci circonda possa permettersi il lusso di avere un senso, a fare di questa esistenza qualcosa che vada oltre il semplice scoccare delle ore, dei giorni, degli anni. 

 

Se ci pensate, date sempre un senso alla vostra esistenza grazie a flussi ben definiti; può trattarsi di un sentimento, il flusso dell'intesa passionale, di una gioia, un flusso che vi attraversa e vi rigenera, o di una tristezza, un flusso che non c'è più e che lascia al suo posto un terribile e sconosciuto senso di vuoto. 

Siamo continuamente attraversati da molteplici flussi, ondate di stimoli che inevitabilmente ci condizionano, accesi da ricordi, da progetti o semplicemente dalla coscienza di essere appena stati investiti. Questo sono i flussi: un'infinita possibilità di interazione sociale

 

Mi piace di tanto in tanto giocare con le suggestioni, così immagino che, senza tanta fantasia in fondo, non tanto Dio ... ma un Dio ... si nasconda fra questi soffi divini, fra la magia di uno sguardo profondo mentre cade la neve su Roma, fra il tepore di un abbraccio sotto un ciliegio fiorito, fra quei pochi momenti in cui ci si sente completi. Una forza superiore ma terrena, onnipresente ma non invadente, divina ma umana. E’ per me illuminante, nel caso specifico, James Cameron, con il suo Avatar e quel geniale albero delle anime, della vita, che conduce in preghiera; che sorregge quando non ci sono più braccia cui appigliarsi per non cadere; che benedice simbolicamente un’unione; che accompagna, paterno, verso la morte. 

 

Perché quell’ albero non può essere un Dio? 

Semplice … perché non ci crede nessuno, non conviene, non più.  

 

 
27.07.2015 14:29

24.07.2015 13:50

21.07.2015 12:28

06.07.2015 12:55
 
 
10.06.2015 19:01

L’idea della relatività temporale, che mira a considerare il tempo come semplice “strumento”  contestabile al servizio degli uomini, è un’affascinante ipotesi ormai presa in considerazione non più in base a suggestive fantasie futuristiche: più che una metaforica forma di assolutismo che avanza pretese di influenza sulla “durata”, il tempo è un “orientamento” e questa accezione è generalmente marcata nel campo artistico.

Quando si parla di qualsiasi arte il tempo viene sconvolto, che si tratti dell’ascolto di un brano o dell’osservazione di un quadro, entrambe esperienze temporali che sfuggono alla rigidità dei, fastidiosi a volte, ticchettii. Questa della relatività temporale, è un’ipotesi che trova riscontro nel campo più strettamente musicale, nella definizione di tempo che ci fornisce Hans Heinrich Eggebrecht nel volume redatto in stretta collaborazione con Carl DahlhausChe cos’è la musica?, un’idea secondo cui “per ciascuno di noi il tempo esiste solo in funzione di quanto in esso ci accade”.

Prendendo in esame il caso dell’ascolto di un brano, troviamo una parziale applicazione di questa ipotesi nella partizione fra tempo cronologico (oggettivo) e tempo del vissuto (soggettivo), teorizzata nel volume suddetto dai due studiosi per giustificare la differente percezione dello scorrere del tempo in ognuno di noi durante un ascolto. Per ognuno di noi un brano, tramite la percezione, potrebbe dilungarsi o restringersi rispetto alla sua effettiva durata in base all’apprezzamento che ne si fa.

Le gerarchie crollano, è la percezione che comanda, che dirige il tempo, che lo relega da carceriere a vittima, dandoci la libera possibilità di affermare che il tempo cessa di essere una misura oggettiva, incontestabile, per sfociare nel campo del soggettivo o personale. Questa relatività temporale trova paradossalmente spazio nella musica nonostante essa sia dal tempo rigidamente regolata, a partire dalla stessa base della struttura di un brano, il suono, la cui la regolazione quantitativa dà vita alle più varie, ma paradossalmente rigide, combinazioni. Nella arti tutto cambia e viene stravolto, “è il tempo che, mentre appare sottoforma di musica, la musica rende proprio”: la musica diventa metronomo del tempo e l’esperienza del vissuto si impone su quella del cronologico.

 

Dahlhaus e Eggebrecht forniscono un’immagine unica della musica che prescinde dal giudizio, dal contesto storico e soprattutto, nel caso dai noi analizzato, dalla dimensione, quella temporale, intransigente tanto con gli uomini quanto con la storia, dando l’impressione di una tirannica presenza influenzante a pieno la nostra vita ma che, tramite la funzione purificatrice ed emancipatrice dell’arte, si inchina a quella musica che va oltre le cose, oltre le persone e, illuminata da un’investitura divina, oltre il tempo.

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