L'inqualificabile gusto musicale
Qualunque campo artistico si prenda in esame, indifferentemente dall’analisi che ne viene fornita, si deve obbligatoriamente convenire che lo zoccolo duro su cui poggia l’arte è quello della sua soggettività; per intenderci, nessun criterio qualitativo stabilisce una volta per tutte che un quadro di Picasso, o un brano di De André, siano più apprezzabili rispetto a composizioni improvvisate per strada, semmai esistono regole che ne stabiliscono un valore artistico, anch’esso, in un certo senso, soggettivo.
La questione si estende ovviamente anche alla musica, campo in cui la diatriba è accesa dalla forte impennata che ha avuto il cambiamento musicale tanto negli ultimi quaranta anni, quanto negli ultimi due secoli, una rivoluzione tanto forte da rendere obbligatoria una tripartizione, teorizzata e realizzata da Hans Heinrich Eggebrecht in “Che cos’è la musica”: si tratta della distinzione fra musica Nuova, Musica e musica Antica.
La musica Antica riguarda il complesso di composizioni realizzate prima del 1730; la musica Nuova rappresenta ciò che è stato realizzato a partire dal 1910 in poi; trattasi invece di Musica, quando si prende in analisi il periodo di mezzo, ovvero dopo 1730 ma prima del 1910.
Come con la “querelle des anciens et des modernes” in Francia, anche qui il terreno pullulò, pullula e pullulerà di differenti opinioni che da una parte considerano unica, inimitabile, incorrotta e di conseguenza migliore la Musica, quella classica, quella di Beethoven, Haydn e Mozart per rendere l’idea e coloro che invece si guardano dall’azzannare quelle che sono state le nuove vie sperimentate in musica dall’inizio del ventunesimo secolo.
Le avanguardie hanno sì sconvolto, in un certo senso, i criteri prima ovvi della musica, diminuendo di fatto la presenza di rigidi sistemi di norme musicali, aumentando la propria distanza con il pubblico e dunque mostrando una chiara difficoltà estetica ma dal concetto di cambiamento a quello di peggioramento, ne passa, trattandosi di blocchi troppo differenti fra loro per poter farne un confronto.
E proprio qui Eggebrecht fornisce quella che forse può considerarsi l’unica risposta possibile. Alla domanda “esiste la musica?”, risponde, inizialmente tradendosi, “si, quella di Beethoven, perché è quella che in effetti è considerata quintessenza della musica”, ma ritrova immediatamente la sua compostezza ed imparzialità puntualizzando che questo è un punto di vista che si basa sul suo personalissimo gusto musicale che, com’è ovvio, può variare da persona a persona.
Proprio questo è il motivo per cui la musica non esiste in senso generale, modificata e influenzata continuamente dal contesto storico, rivelandosi piuttosto una molteplicità relativa e di conseguenza esclusivamente analizzabile in base alla sua residenza. La musica, proprio come oro, argento o come l’uomo stesso, indipendentemente dal valore commerciale che assunto ma che di essa non è parte integrante, è unica e in quanto tale non concepisce un’univoca definizione o classificazione qualitativa, caratteristica ovvia dell’unicità.